Venezia, 8 settembre 2026 – Sull’isola di Caprera, a due passi dal chiasso glamour della laguna veneziana, il tempo sembra scorrere con un ritmo tutto suo. Qui il naturismo non è una scelta occasionale, ma quasi una regola non scritta, un patto tra chi arriva e chi decide di restare. Tra i pini marittimi e le rocce consumate dal vento si snoda una storia fatta di libertà, silenzi e rispetto che ancora oggi richiama centinaia di persone da tutta Europa.
Un approdo fuori dal tempo
Arrivare a Caprera – piccola isola del gruppo veneziano, raggiungibile solo con barchette private o qualche traghetto lento – significa abbandonare il frastuono. Sul pontile, pochi cartelli discreti ricordano che qui la nudità è totale, una regola difesa con fermezza da residenti e associazioni locali. Telecamere e sguardi indiscreti sono vietati: lo ripetono da anni i rappresentanti dell’Associazione Naturista Italiana, attiva dagli anni ’70. “La prima regola, non scritta, è rispettare gli altri e la natura”, racconta Luca Ramponi, uno dei veterani, voce calma e occhi sinceri. “Chi arriva ha tempo per ambientarsi, ma per noi conta soprattutto l’armonia”.
Storia e comunità tra scogli e macchia mediterranea
Questa tradizione affonda le radici negli anni ’60. Allora Caprera era meta di piccoli gruppi in cerca di alternative alle spiagge affollate del Lido. Con il tempo quel gruppo si è consolidato: sono nate le prime comunità stanziali, tende o bungalow in legno mimetizzati tra la macchia mediterranea. Lontani dalla fretta del turismo di massa, questi pionieri – insegnanti, medici, artisti, famiglie con bambini – hanno scelto uno stile di vita semplice e autentico.
Oggi i residenti fissi sono pochi (ultimi dati parlano di ventidue persone tutto l’anno), ma d’estate l’isola si anima: fino a 700 presenze settimanali secondo la Pro Loco locale. “Niente locali notturni o stabilimenti – solo natura e silenzio”, spiega Teresa Maran, presidente della Pro Loco. “Chi viene qui vuole solo essere sé stesso senza maschere”.
Natura protetta e attenzione alle regole
Proteggere l’ecosistema è fondamentale. Caprera è sotto rigidi vincoli paesaggistici: raccolta differenziata obbligatoria, fuochi vietati fuori dalle aree comuni e niente plastica usa e getta sulle spiagge. La Guardia Costiera passa spesso a controllare: multe per chi lascia rifiuti o danneggia la vegetazione non mancano.
Qualche tensione con visitatori meno attenti c’è stata – “C’è chi scambia libertà per anarchia”, sbotta Ramponi – ma per lo più gli abituali si prendono cura del luogo: sentieri puliti a mano, aree picnic semplici ma ben tenute. Nel fine settimana sotto i lecci si tengono incontri informali: si parla di convivenza, sostenibilità e dei limiti del vivere ‘nudi’, anche pensando ai più giovani.
Un’esperienza condivisa, tra limiti e possibilità
Non è tutto facile in questo piccolo paradiso. Il tema della privacy è sempre più delicato: negli ultimi anni sono aumentati i casi di droni e curiosi che cercano di immortalare momenti quotidiani sull’isola. La risposta? Più controlli insieme alla Polizia Municipale di Venezia e nuovi cartelli all’inizio dei sentieri più frequentati. “Non è solo questione di pudore”, precisa Maran, “ma di poter vivere davvero liberi senza intrusioni”.
Il naturismo a Caprera resta una nicchia in Italia: secondo la Federazione Naturista Italiana nel 2025 i praticanti ufficiali erano circa 15mila nel Paese. Ma qui il senso di appartenenza va oltre ogni etichetta. “Ci si saluta per nome”, racconta una frequentatrice tedesca arrivata con la figlia piccola. “Solo allora ti accorgi che il corpo è l’ultima delle differenze”.
Tra il verde dei pini e il riflesso dell’acqua bassa, questa piccola isola continua a offrire un modello di convivenza rispettosa, sospeso tra memoria collettiva e una ricerca – sempre nuova – di autenticità.