L’Aquila, 3 novembre 2026 – La Majella è lì da sempre, con il suo profilo inconfondibile che domina l’orizzonte abruzzese. Non è solo una montagna: è un pezzo di storia, un simbolo che appartiene a chi vive in questa terra. Tra le sue valli e i piccoli paesi ai piedi delle sue pendici, la Majella continua a parlare di fatiche antiche, silenzi profondi e legami solidi. Ecco perché resta uno dei paesaggi più amati, da chi qui abita o passa anche solo per qualche ora.
Il cuore d’Abruzzo tra storia e natura
Se ci si avvicina alla Majella, si capisce subito che non è una montagna facile. “È dura, a tratti quasi impossibile da raggiungere. Ma impari presto a rispettarla”, dice Franco Di Crescenzo, guida ambientale di Caramanico Terme. Con i suoi 2.793 metri del Monte Amaro – la cima più alta – e un’area di oltre 74.000 ettari, il Parco Nazionale della Majella conserva boschi di faggio, eremi antichi e borghi che sembrano fermi nel tempo. Sulmona è il paese più noto, ma sono soprattutto piccole frazioni come Pacentro o Decontra ad attirare chi cerca tranquillità e autenticità.
Storie di uomini e di pietra
Il legame con la montagna qui si basa sul rispetto. Non solo pastori e contadini, ma anche monaci ed eremiti hanno trovato nella Majella un rifugio per meditare: l’eremo di San Bartolomeo in Legio, aggrappato alla roccia sopra Roccamorice, ne è la prova concreta. “Chi arriva qui sente ancora l’eco di chi cercava solitudine”, racconta suor Chiara, volontaria della diocesi locale. Anche d’inverno, quando tutto si copre di neve e il vento soffia forte dal Morrone, i sentieri vengono percorsi dai più determinati. Ogni anno sono circa 25.000 gli escursionisti che si spingono fin quassù, molti arrivano dall’estero.
Simbolo di identità e resilienza
“La Majella è la madre di tutti noi”, dice con voce bassa Giuseppe Silvestri, storico di Lettomanoppello. Nelle famiglie abruzzesi la montagna appare spesso come una presenza protettiva ma anche come una sfida continua. È citata nelle poesie dialettali, nei proverbi (“La Majelle si vede pure da lu mare”, dicono a Pescara), nelle feste dedicate ai santi della montagna. Dietro queste tradizioni c’è però anche tanto lavoro duro: dalla pastorizia al taglio del legname fino all’emigrazione di chi ha lasciato i borghi per le città portandosi dietro il segno indelebile della Majella.
Paesaggio da scoprire (e da tutelare)
Il turismo cresce: i dati del Parco parlano chiaro con un aumento degli ingressi del 12% tra il 2023 e il 2025. Ma la pressione sull’ambiente resta sotto controllo. “È una risorsa preziosa che va protetta”, spiega Luciano Di Martino, direttore del Parco Nazionale della Majella. Sentieri come quello dello Spirito o la Valle dell’Orfento attirano camminatori di ogni età: zaini leggeri, scarponi sporchi di polvere e lo sguardo fisso verso le cime. Si cammina tra boschi di pino mugo e faggete secolari con gli occhi che spesso si perdono fino al mare Adriatico.
La montagna che accoglie (ma non si lascia conquistare)
Al tramonto, quando la luce scivola sulle creste da Guardiagrele verso Pennapiedimonte, l’atmosfera cambia completamente. “Ci sono giorni in cui la Majella sembra sparire dentro le nuvole”, racconta Michele, giovane albergatore di Palena. Solo in quei momenti si capisce quanto questa montagna sia parte integrante della vita della gente del posto. I nuovi progetti puntano sulla sostenibilità e su numeri contenuti: laboratori di cucina tradizionale a Campo di Giove o eventi sulla transumanza a Lama dei Peligni non sono altro che modi per vivere questo territorio con rispetto, dove ogni passo parla di storie antiche.
Tra chi parte e chi resta – giovani con sogni lontani e anziani che resistono al ritmo lento dei borghi – la montagna abruzzese mantiene il suo carattere schivo. È un confine naturale ma anche un luogo familiare: nel profilo della Majella si riflette ancora oggi gran parte dell’identità dell’Abruzzo, tra silenzi che raccontano molto più delle parole.