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Scuola, governo commissaria Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Sardegna per mancato accorpamento istituti: la risposta di Meloni a Draghi

Silvana Lopez by Silvana Lopez
13 Gennaio 2026
in Storie
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Storie

Bologna, 13 gennaio 2026 – In Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Sardegna la prevista razionalizzazione degli istituti scolastici non è andata come previsto dal Governo. A confermarlo è stata ieri pomeriggio la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, durante una conferenza stampa a Roma. Alle 16.30, rispondendo ai giornalisti sulle responsabilità politiche della vicenda, ha replicato con una battuta secca: “La colpa è di Draghi, potevate dirlo a lui”, puntando il dito sulle scelte dei governi passati.

Accorpamenti scolastici: scoppia lo scontro politico

Il tema degli accorpamenti nasce da un piano nazionale per ridurre il numero degli istituti, inserito nel PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) e approvato nel 2022. L’idea era semplice: fissare una soglia minima di alunni per ogni scuola, così da usare meglio le risorse e semplificare la gestione. Ma i dati del Ministero dell’Istruzione mostrano che solo alcune regioni hanno rispettato i tempi previsti. Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Sardegna sono ancora “fuori strada” rispetto agli obiettivi europei.

Le conseguenze si vedono subito. In Emilia Romagna, a Modena e Parma, molte scuole sono rimaste autonome. Solo qualche fusione è stata portata a termine entro il 31 dicembre 2025. “Non c’era tempo materiale per fare diversamente”, ha spiegato ieri un funzionario regionale che ha chiesto di restare anonimo. Situazioni simili si registrano in Toscana e in alcune zone dell’Umbria, dove presidi e dirigenti hanno espresso preoccupazione per la tenuta delle loro scuole.

Le ragioni delle Regioni

Gli assessori di Emilia Romagna e Toscana replicano che i ritardi dipendono dalle “difficoltà strutturali dei territori”. In molte aree interne – ad esempio in provincia di Arezzo o nell’Appennino emiliano – le scuole sono veri e propri punti di riferimento per comunità isolate. “Non si può chiudere tutto guardando solo ai numeri – spiega Valentina Fabbri, dirigente scolastica nel Mugello – così rischiamo di lasciare intere famiglie senza servizi”.

Anche la Sardegna ha chiesto deroghe per i piccoli comuni. A Oristano, Nuoro e Cagliari le proteste dei genitori vanno avanti da mesi: “Ci sentiamo penalizzati da una logica che ignora la realtà della nostra isola”, racconta Maria Teresa Lai, rappresentante dei genitori in un istituto comprensivo di Cagliari.

Il nodo delle responsabilità

Dal Governo arrivano segnali molto chiari: gli accorpamenti sono obbligatori e seguono un calendario già comunicato a Bruxelles. La premier Meloni, davanti alle telecamere a Palazzo Chigi ieri, ha ribadito: “Queste scelte vengono da lontano. Quando si parla di riforme imposte dall’Europa bisogna avere il coraggio di dire le cose come stanno: se non eravate d’accordo dovevate dirlo prima”.

Fonti di Palazzo Chigi anticipano che nelle prossime settimane potrebbero arrivare sanzioni contro le regioni inadempienti. Nel frattempo il Ministero dell’Istruzione ha avviato una nuova ricognizione per capire dove si può ancora intervenire. Ma il tema rischia ormai di diventare terreno di confronto duro tra governo centrale ed enti locali.

PNRR a rischio: si mette in gioco l’erogazione dei fondi europei

Secondo le prime stime interne diffuse venerdì scorso dal ministero guidato da Giuseppe Valditara, il mancato rispetto delle scadenze potrebbe compromettere anche la erogazione dei fondi PNRR. Bruxelles segue con attenzione la razionalizzazione del sistema scolastico come uno degli indicatori chiave per i finanziamenti all’istruzione.

I numeri parlano chiaro: tra Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Sardegna servono ancora almeno 120 accorpamenti entro il 2026 per centrare gli obiettivi. L’Associazione Nazionale Presidi (ANP) sottolinea che mancano indicazioni operative chiare e temono che tutto diventi confuso sul campo.

Le reazioni dal territorio

Ieri pomeriggio a Perugia un gruppo di insegnanti si è radunato davanti all’ufficio scolastico regionale: “Siamo stanchi di essere considerati numeri – dice Roberto Giannini, docente umbro – qui ci sono persone vere e paesi che rischiano l’abbandono”. Proteste simili hanno animato altre città; a Sassari decine di famiglie si sono fatte sentire con una manifestazione spontanea preoccupate per il destino delle scuole più piccole.

Il dibattito è tutt’altro che chiuso. Le regioni chiedono più tempo e flessibilità; il Governo insiste sul rispetto degli impegni presi con l’Europa. Nel mezzo restano migliaia di studenti e famiglie in attesa di risposte concrete per l’anno scolastico che sta per iniziare.

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